Agricoltura biologica o tradizionale: cerchiamo di fare chiarezza

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un forte dibattito, che ha chiamato in causa direttamente l’agricoltura biologica. In particolare, diversi esponenti del mondo politico e del settore agroalimentare, sono intervenuti sui giornali nazionali in difesa dell’agricoltura tradizionale, quella che prevede l’utilizzo di prodotti chimici aggressivi e metodologie classiche.

La disputa riguarda l’effettiva sostenibilità dell’agricoltura biologica, una tecnica che richiederebbe un maggiore consumo di suolo, in quanto la produttività di tale metodologia è inferiore del 20-30% rispetto alle coltivazioni tradizionali. Sul tema sono intervenuti tantissimi personaggi e tecnici, creando una certa confusione sull’argomento. Per questo motivo oggi, in questo articolo, cercheremo di fare un po’ di chiarezza.

Il problema del biologico sollevato dalla senatrice Elena Cattaneo

La discussione intorno al biologico è cominciata qualche mese fa, quando la senatrice a vita Elena Cattaneo, docente all’Università Statale di Milano, ha dichiarato che il biologico è una favola “bella ma impossibile”. In particolare la senatrice si riferiva ai recenti studi, che provano come l’agricoltura biologica sia sicuramente meno produttiva rispetto a quella tradizionale, quindi non in grado di sfamare oltre 7 miliardi di persone che vivono attualmente sul pianeta.

La dichiarazione era arrivata con il passaggio al Senato del DDL 988, un Disegno di Legge che ridefinisce i criteri del settore delle coltivazioni biologiche, delle produzioni e della trasformazione dei prodotti bio. Nello specifico viene contestato l’articolo 7, il “Piano d’azione nazionale per la produzione biologica e i prodotti biologici”. Ma cosa dice questo tanto discusso testo?

In poche parole di predispone un piano nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura biologica nel nostro Paese, incentivando tali coltivazioni a danno ovviamente dell’agricoltura tradizionale, che secondo diversi esperti e politici è alla base del famoso Made in Italy agroalimentare, che non prevede l’utilizzo soltanto di prodotti biologici.

In particolare l’articolo 7 include la promozione della conversione al metodo biologico delle imprese attive nel settore, soprattutto per quanto riguarda i piccoli produttori, il sostegno alla creazione di società cooperative e filiere biologiche, l’incentivazione del consumo di prodotti biologici da parte dei cittadini, il monitoraggio del settore, la nascita di nuove aziende, il sostegno alla ricerca e all’innovazione, con la valorizzazione delle produzioni biologiche tipiche.

La difesa del biologico da parte della professoressa Claudia Sorlini

Dopo l’attacco di Elena Cattaneo, non sono mancate le risposte in difesa dell’agricoltura biologica, in primis quella di Claudia Sorlini, professoressa di Microbiologia Agraria presso l’Università degli Studi di Milano. In un suo lungo monologo, apparso all’interno di un articolo pubblicato su Il Fatto Alimentare, la professoressa ha promosso il gruppo di cui fa parte, che unisce professori universitari e altri esperti in difesa dell’agricoltura biologica.

Claudia Sorlini spiega bene come sia assolutamente vero che l’agricoltura biologica non sia abbastanza produttiva, soprattutto se comparata con i risultati ottenuti con il modello tradizionale, tuttavia mette l’accento sull’importanza della qualità del cibo prodotto, della salvaguardia della salute e dell’ambiente, aspetti tipici della metodologia biologica.

In particolare la professoressa si sofferma su una questione, la validità non solo della produttività, ma anche della gestione del suolo, delle acque e della salute umana, fattori che possono far propendere verso il modello biologico, sicuramente maggiormente in grado di rispettare l’ecosistema contro le tecniche di coltivazione classiche.

Inoltre aggiunge che, se da un lato la qualità organica degli alimenti biologici non è nettamente superiore a quelli tradizionali, in realtà sono privi di pericolose sostanze tossiche, come insetticidi fungicidi e fertilizzanti chimici, che inquinano il terreno e sono pericolosi per la salute se ingeriti. Lo stesso vale non solo per l’agricoltura ma anche per gli allevamenti, in cui i modelli biodinamici promuovono un equilibrio tra l’ambiente, gli animali e gli uomini.

Per concludere: il punto della situazione

A questo punto sembra difficile trovare una conclusione univoca alla discussione, in quanto sicuramente ognuno dei partecipanti ha posto argomentazioni valide e considerabili. Tuttavia non è emersa una questione fondamentale, in grado di risolvere una volta per tutte questa strana diatriba sul mondo del biologico, cha fa quasi sembrare strano pretendere di mangiare cibi sani e privi di sostanze chimiche pericolose per la salute umana, solamente perché non si tratta di un modello abbastanza produttivo.

In realtà il problema principale rimane il consumo eccessivo di carne, soprattutto quelle rosse, che richiedono uno sfruttamento intensivo dei terreni, un forte dispendio di territorio e di risorse preziose, come l’acqua e i cereali. È ovvio che le coltivazioni biologiche abbiano una resa inferiore, rispetto ai metodi agricoli tradizionali, allo stesso tempo il biologico garantisce una qualità impareggiabile a nostro avviso, specialmente per evitare che nella frutta e nella verdura siano presenti pericolose sostanze chimiche.

In questo senso è importante spingere il biologico, anzi ancor di più il biodinamico, una tecnica che non solo esclude l’utilizzo dei prodotti chimici, ma previene l’inquinamento, il dissesto geologico e salvaguardia l’ambiente, evitando l’uso anche del rame, un elemento molto impiegato nell’agricoltura biologica. Produrre frutta e verdura fresche, di qualità e prive di pericolosi inquinanti dovrebbe essere un imperativo, valorizzando le piccole imprese locali e le filiere corte.

Per controbilanciare la minore produttività basta ridurre il consumo di carni rosse, dannose per la salute umana come provato da numerosi studi scientifici in materia. Ciò potrebbe diminuire il consumo di acqua potabile per gli allevamenti, la superficie di terre richieste per le coltivazioni di alimenti per sfamare gli animali, contrastare l’inquinamento dovuto all’emissioni di metano e protossido di azoto nell’atmosfera, senza dimenticare una maggiore preservazione del nostro fragile territorio.

Il conclusione la nostra opinione ci vede schierati a favore del biologico, quindi ben vengano normative di legge che incentivano la diffusione del biologico e del biodinamico in Italia. Naturalmente non bisogna demonizzare le coltivazioni tradizionali, in alcuni ambiti importanti e indispensabili, ma frenare la crescita del settore biologico sembra essere un deciso passo indietro, sbarrando la strada a chi lotta da anni per un’alimentazione più sana e naturale.

Materiale di approfondimento

Testo integrale Disegno di Legge 988

Intervista alla senatrice Elena Cattaneo su articolo Il Sole 24 Ore

Intervento della docente Claudia Sorlini su Il Fatto Alimentare

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